Parole di Saggezza #27

“Sapere ciò contro cui non si può nulla e accettarlo come Destino: ecco la suprema virtù”.

-Zhuangzi

Libertà (Volontà) e Necessità (Destino) coincidono, sono due facce della stessa medaglia. Una non può esistere senza l’altra. Tutto ciò che accade, a ognuno di noi, durante le nostre esistenze, ovvero tutto ciò che è stato stabilito dal nostro sangue, dal nostro spirito e dal nostro destino, è inevitabile e giusto!

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Sullo Stoicismo

Lo Stoicismo è una delle più interessanti filosofie Europee, e ha come rappresentanti di spicco Epitteto, Marco Aurelio e Seneca. Viene spesso malinteso per via del fatto che non ha, apparentemente, un linguaggio “tecnico” specifico concernente la sua dottrina. La conseguenza è che mentre i testi sullo Stoicismo di cui disponiamo oggi sono piuttosto semplici da leggere e comprendere superficialmente, anche per il lettore casuale, una loro profonda e autentica comprensione viene risulta spesso inesistente.

L’essenza dello Stoicismo consiste nel distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi:

Dipendono da noi:

-Desiderio o avversione (verso qualcosa).

-Impulso all’azione o alla non-azione.

-Giudizio (positivo o negativo) dei nostri desideri e delle nostre avversioni, dei nostri impulsi all’azione o alla non-azione.

Queste cose dipendono esclusivamente e totalmente da noi, abbiamo potere su di esse, e possono corrispondere moralmente al bene o al male se sono conformi o non-conformi alla Natura.

Non dipendono da noi:

-Le cose esterne a noi, su cui la nostra volontà non ha potere, o che necessitano della fortuna per essere ottenute: ricchezza, salute, fama, lavoro, famiglia, povertà, malattia, morte, ecc.

Tutto ciò che non dipende da noi non è né un bene né un male, bensì qualcosa di indifferente che deve essere accettato così com’è, in qualsiasi modo influenzerà le nostre vite: dovrebbe essere visto come l’opera del Fato (Destino). Comunque, lo Stoicismo non dice che non dovremmo preoccuparci, o che dovremmo rinunciare a ottenere o evitare questo genere di cose: dovremmo solo ricordare che non dipendono da noi, e dunque agire di conseguenza qualunque cosa accada in relazione ad esse.

“Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche, e in una parola tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri”.

-Epitteto

“Sopprimi quindi l’avversione che puoi provare per tutte le cose che non dipendono da noi e trasferiscila alle cose che, tra quelle che dipendono da noi, sono contrarie alla natura”.

-Epitteto

“Imperturbabilità di fronte agli eventi che provengono da cause esterne, giustizia nelle opere generate da una causa che deriva da te; impulso e azione solo in vista di un bene comune: questo è per l’uomo agire secondo natura”.

-Marco Aurelio

“Sono un misto di corpo e di anima: per il corpo le cose sensibili non sono né buone né cattive, perchè la materia non ha il potere di coglierne la differenza; per la mente, invece, sono indifferenti le attività che non rientrano nella sua sfera d’azione, mentre quelle che dipendono da lei sono tutte sotto il suo dominio. Anche queste, però, la interessano solo in rapporto al presente, perchè quelle relative al futuro e al passato le sono, in quel momento, indifferenti”.

-Marco Aurelio

Secondo lo Stoicismo dobbiamo avere avversione esclusivamente verso ciò che dipende da noi ma non è conforme alla Natura (non è virtuoso, morale, onorevole…). Per distinguere le cose che dipendono da noi da quelle che non dipendono da noi dobbiamo guardare ogni oggetto, soggetto o evento per quello che è realmente, rimuovendo le rappresentazioni della mente, i giudizi istintivi che questi oggetti, soggetti o eventi proiettano su di noi: “Il mare in tempesta mi sconvolge la mente. E’ il mare in tempesta che mi sconvolge? No, è il mio giudizio su di esso. Non è una cosa che dipende da me, perciò non è né un bene né un male. Il mare in tempesta è solo il mare in tempesta”.

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I giudizi in relazione a cose o eventi che non dipendono da noi sono difficili se non impossibili da rimuovere immediatamente ma si, possiamo rimuoverli dopo aver chiesto a noi stessi se ciò che stiamo giudicando dipende da noi o no, e se il nostro giudizio in relazione a quella particolare cosa o evento non sia altro che una rappresentazione della mente: a questo punto possiamo vedere quella particolare cosa o evento per ciò che è realmente. Qui sta lo Stoicismo, nel vedere le cose e gli eventi per ciò che sono realmente, senza rappresentazioni mentali.

“Esercitati dunque ad aggiungere subito a ogni rappresentazione dolorosa: <<sei soltanto una rappresentazione, non sei affatto ciò che rappresenti>>. Poi esamina questa rappresentazione, e mettila alla prova con l’ausilio delle regole a tua disposizione, in primo luogo e soprattutto di questa regola: bisogna annoverarla tra le cose che dipendono da noi o tra quelle che non dipendono da noi? E se essa fa parte delle cose che non dipendono da noi, abbi ben presente che essa non ti riguarda”.

-Epitteto

“Ciò che turba gli uomini non sono le cose, ma i giudizi che essi formulano sulle cose. Per esempio, la morte non ha nulla di temibile, altrimenti sarebbe sembrata tale anche a Socrate. Ma è il giudizio che noi formuliamo sulla morte, cioè che essa è temibile, ad essere temibile nella morte. Pertanto quando incontriamo delle difficoltà o siamo turbato o tristi, non attribuiamone la responsabilità a un altro, ma a noi stessi, cioè ai nostri giudizi: è proprio di chi non è ancora stato educato attribuire agli altri la responsabilità dei suoi mali; è proprio di chi è all’inizio della sua educazione attribuirne la responsabilità a se stesso; è proprio di chi ha completato la sua educazione non attribuirne la responsabilità né ad altri né a se stesso”.

-Epitteto

“Guarda le cose come sono, di per se stesse, distinguendo materia, causa e scopo”.

-Marco Aurelio

“Fermati dunque a quel che vedi e non aggiungere nulla di tuo alle impressioni immediate che ricevi dalle cose o dai fatti, e nulla di male te ne verrà”.

-Marco Aurelio

“Molte sono le cose superflue e fastidiose che puoi eliminare, perchè esistono solo nell’opinione che te ne fai”.

-Marco Aurelio

“Getta via l’opinione, e sarai salvo! Chi t’impedisce di disfartene?”.

-Marco Aurelio

Per cui, ciò che disturba gli uomini non sono le cose o gli eventi ma i giudizi che formulano su queste cose o eventi. La prova di ciò è il fatto che non tutti gli uomini esprimono la stessa opinione sulle cose che non dipendono da noi. Non tutti gli uomini vengono turbati dal mare in tempesta. Non tutti gli uomini vengono turbati dalla povertà. Non tutti gli uomini sono felici della loro ricchezza. Non tutti gli uomini sono felici della loro fama. Non tutti gli uomini vengono turbati dalla loro malattia. Non tutti gli uomini vengono turbati dalla morte prematura e/o accidentale del loro figlio, della loro figlia o della loro moglie. Non tutti gli uomini vengono turbati dall’approssimarsi della loro morte (quindi l’antico guerriero Europeo aveva una attitudine stoica nei confronti della morte), ecc.

Significa che le cose e gli eventi non possono essere la vera causa delle nostre reazioni, che invece deve essere cercata dentro di noi: le nostre reazioni dipendono dalla struttura individuale delle nostre menti, sebbene possa sembrare che sia la cosa o l’evento in sé a determinare la nostra reazione positiva o negativa verso di esso.

Questi esempi e tutte le altre innumerevoli cose ed eventi che non dipendono da noi dovrebbero essere considerati dall’uomo stoico, così come era inteso che fosse, né un bene né un male, ma indifferentemente: ciò che non è sotto il nostro controllo dovrebbe essere visto come qualcosa che non è sotto il nostro controllo.

D’altra parte, riguardo alle cose che dipendono da noi, non c’è uomo che farebbe qualcosa che dipende da lui, ma che non è conforme alla Natura, senza avere la stessa consapevolezza di aver fatto qualcosa di sbagliato, che gli piaccia o no. Se ci pensi, è in effetti impossibile che ciò accada.

Un uomo deve giudicare la situazione che affronta e agire di conseguenza usando le sue capacità, deve sopravvivere facendo tutto ciò che è in suo potere (questo dipende da lui), ma questo non significa che dovrebbe incolpare qualcosa che non dipende da lui, o proiettare opinioni personali su una certa cosa o evento in relazione alla sua situazione: ad esempio, non dovrebbe giudicare il mare in tempesta diversamente solo perchè LUI si trova in una barca nel mezzo di esso, il mare in tempesta non cambia in relazione a ciò…non diviene buono o cattivo in relazione al suo ruolo nelle vicissitudini di un uomo. Il mare in tempesta non dipende da noi e rimane sempre ed esclusivamente solo un mare in tempesta, sia per il pilota che per l’osservatore che non rischia nulla.

Se tenete a mente questi precetti stoici troverete nuovi significati, profondità e rigidità nei testi dei filosofi citati sopra. Lo Stoicismo, così come era inteso che fosse, era molto più impegnativo, esigente e addirittura estremo rispetto a come viene comunemente percepito, ma rimane in ogni caso tra le più importanti e consone filosofie classiche per l’uomo Europeo!

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Guénon: sull’Uomo Materialista, la sovversione dell’Ordine Tradizionale e la distruttiva diffusione Occidentale

“Volendo ricondurre tutto alla misura dell’uomo, preso come fine a se stesso, si è finiti con lo scendere, gradino per gradino, fino al livello di quello che vi è di più inferiore, e col cercar soltanto la soddisfazione dei bisogni inerenti al lato materiale della natura umana; ricerca, del resto, davvero illusoria, poiché essa crea sempre più bisogni artificiali, che non può soddisfare…d’altronde, più un uomo ha bisogni, più rischia di mancare di qualche cosa e quindi di essere infelice. La civiltà moderna mira a moltiplicare i bisogni artificiali e, come dicevamo poco fa, essa creerà molti più bisogni di quanti possa soddisfarne, perchè, una volta presa questa via, è difficile arrestarvisi, e nemmeno vi è una ragione per arrestarsi ad un dato punto. Gli uomini non potevano soffrire per non avere cose alle quali essi mai avevano pensato; essi invece soffrono di necessità se queste cose vengono a mancare dopo che essi le hanno conosciute, dato che si sono abituati a considerarle come necessarie e che esse sono divenute loro veramente necessarie. Onde cercano con ogni mezzo di ottenere quel che può procurare loro tutte le soddisfazioni materiali, le sole che essi sono capaci di apprezzare. Si tratta soltanto di “guadagnar danaro”, essendo il danaro quel che permette loro di ottenere tali cose, e più se ne ha, più se ne desidera, perchè si scoprono ininterrottamente bisogni nuovi; e questa passione diviene l’unico scopo della vita”.

***

“Ma nel mondo della decadenza moderna dove si potrebbe ancora trovare il concetto di una vera gerarchia? Non vi è cosa o persona che sia nel posto in cui dovrebbe trovarsi normalmente. Gli uomini non riconoscono più alcuna autorità effettiva nell’ordine spirituale, alcun potere legittimo in senso superiore e sacro nell’ordine temporale. I “profani” si permettono di discutere su cose sacre, di esse disconoscendo il carattere se non pure l’esistenza. E’ l’inferiore che giudica il superiore, è l’ignoranza che impone limiti alla sapienza, è l’errore che scalza la verità, è l’umano che si sostituisce al divino, è la terra che va a predominare sul cielo, l’individuo facendosi la misura di tutte le cose e pretendendo di dettare all’universo leggi tratte tutte dalla sua ragione relativa e defettibile…oggi si vedono infatti dappertutto ciechi che guidano altri ciechi e che li trascineranno fatalmente nell’abisso, in una comune fine, se non verranno fermati in tempo”.

***

“Epoca ben singolare, questa, in cui tanti si lasciano persuadere che la felicità di un popolo si fa asservendolo, togliendogli quel che ha di più prezioso, cioè la propria civiltà, obbligandolo ad adattarsi a costumi e istituzioni fatti per un’altra razza e costringendolo ai lavori più penosi per fargli acquistare cose che per lui sono completamente inutili! E’ così: l’Occidente moderno non può tollerare che degli uomini preferiscano lavorare meno e contentarsi di poco per vivere. Siccome solo la quantità conta, e siccome quel che non cade sotto i sensi è considerato come inesistente, si ritiene che colui che non si agita e che non produce materialmente sia un “poltrone”. In un tale mondo, per l’intelligenza non vi è alcun posto, e così nemmeno per tutto quel che è veramente interiore, perchè queste non son cose che si vedono e si toccano, che si possono pesare e misurare. Posto vi è solo per l’azione esterna in ogni sua forma, comprese quelle più prive di senso”.

-Réne Guénon

Nota: Queste citazioni sono tratte da un’opera dell’autore datata 1927. L’ultima citazione fa riferimento alla occidentalizzazione dei popoli dell’Estremo Oriente (India, Cina, Giappone, ecc.). Personalmente ritengo l’occidentalizzazione del mondo tuttora in corso una conseguenza del Capitalismo e della “tradizione” (ovvero ossessione) Cristiana di invadere e convertire: per cui è decisamente appropriato definire questo processo come un risultato del modus operandi Giudeo-Cristiano.

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Evola: sul Cristianesimo, la Cavalleria e la visione della vita Nordico-Germanica

“La potenza della tradizione che dette il suo volto a Roma si palesò, nei confronti del Cristianesimo, nel fatto, che se la nuova fede riuscì a sovvertire la civiltà antica, essa non seppe realmente conquistare il mondo occidentale quale Cristianesimo puro; che là dove essa pervenne a qualche grandezza, non lo poté che tradendo, in una certa misura sé stessa: lo poté più in grazia ad elementi ripresi dall’opposta tradizione – ad elementi romani e classici precristiani – che non in grazia all’elemento cristiano nella sua forma originaria. Di fatto, il Cristianesimo <<convertì>> solo all’esterno l’uomo occidentale; esso costituì la sua <<fede>> nel senso più astratto, mentre la vita effettiva di questi continuò ad obbedire a forme, più o meno materializzate, dell’opposta tradizione dell’azione e, più tardi, nel Medioevo, ad un ethos che di nuovo doveva esser improntato essenzialmente dallo spirito nordico-ario. Teoricamente, l’occidente accettò il Cristianesimo – e che l’Europa abbia potuto accogliere, per tal via, tanti motivi legati alla concezione ebraica e levantina della vita è cosa che sempre di nuovo riempie lo storico di stupore – praticamente, esso restò pagano. Il risultato fu dunque un ibridismo. Anche nella sua forma attenuata e romanizzata cattolica la fede cristiana rappresentò una ostruzione, la quale tolse all’uomo occidentale la possibilità di integrare il suo autentico, insopprimibile modo d’essere per mezzo di una concezione a lui congeniale del sacro e dei rapporti col sacro”.

“Il cattolicesimo prese forma attraverso la rettificazione di vari aspetti estremistici del Cristianesimo delle origini, l’organizzazione di un corpus rituale, dogmatico e simbolico di là dal semplice elemento mistico-soteriologico, l’assorbimento e l’adattazione di elementi sia dottrinali, sia organizzativi tratti dalla romanità e dalla civiltà classica in genere. E’ così che il Cattolicesimo presenta talvolta dei tratti <<tradizionali>>, i quali però non debbono indurre all’equivoco: ciò che nel Cattolicesimo ha carattere veramente tradizionale è ben poco cristiano e ciò che in esso è cristiano è ben poco tradizionale”.

***

“Avendo per l’ideale l’eroe più che non il santo, il vincitore più che non il martire; ponendo la somma di tutti i valori nella fedeltà e nell’onore più che non nella <<caritas>> e nell’umiltà; vedendo nella viltà e nell’onta un male peggiore che non il peccato; sapendo ben poco del non resistere al male e del ricambiare il male col bene – intendendosi molto di più a punire l’ingiusto e il malvagio, escludendo dalle sue file chi si fosse attenuto letteralmente al precetto cristiano del <<non uccidere>>; avendo per principio non di amare il nemico, ma di combatterlo e di essere magnanimi solo dopo do averlo vinto – in tutto ciò la cavalleria affermò quasi senza alterazione un’etica aria in seno ad un mondo solo nominalmente cristiano”.

***

“La vita delle antiche società nordico-germaniche si basava su tre principi della personalità, della libertà e della fedeltà. Ad essa era del tutto estraneo sia il senso promiscuo comunitario, sia l’incapacità del singolo a valorizzarsi se non nel quadro di una data astratta istituzione. Qui l’esser libero è, pel singolo, la misura della nobiltà. Ma questa libertà non è anarchica e individualistica, è capace di una dedizione di là dalla persona, sa del valore trasfigurante proprio al principio della fedeltà di fronte a chi sia degno di riconoscimento e a cui ci si subordini volontariamente. Così si formarono gruppi di fedeli intorno a capi ai quali poteva ben applicarsi l’antico detto: <<La suprema nobiltà di un Imperatore romano è di essere non un padrone di schiavi ma un signore di uomini liberi, il quale ama la libertà anche in coloro che lo servono>>; e lo Stato, quasi secondo l’antico precetto aristocratico romano, aveva per centro il consiglio dei capi, ciascuno libero, signore della sua terra e nella sua terra, duce del gruppo dei suoi fedeli. Di là da tale consiglio, l’unità dello Stato e, in un certo modo, l’aspetto superpolitico di esso era incarnato dal Re, in quanto questi apparteneva – a differenza dei semplici capi militari – ad uno dei ceppi di origine divina: Amals, i <<celesti>>, i <<puri>>, era un nome dei re fra i Goti. Nessun <<dovere>> e nessun <<servizio>> impersonale esisteva, dappertutto vi erano liberi, fortemente personalizzati rapporti di comando e di obbedienza, d’intesa e di fedeltà. Così l’idea della personalità libera restava la base prima di ogni unità e di ogni gerarchia”.

-Julius Evola

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Parole di Saggezza #26

“La fama non si spegne mai del tutto, quando molta gente la diffonde intorno, e anch’essa, in certo qual modo, è una divinità”.

-Esiodo

Esiodo ha assolutamente ragione: una nobile reputazione – possedere molto onore – è ciò che ci assicurava di rinascere nei corpi dei nostri discendenti, nel nostro lontano passato! Questo è l’obiettivo a cui dovremmo aspirare, anche oggi! Essere ricordati, combattere per il futuro dei nostri discendenti, tornare ad essere gloriosi e nobili mentalmente, fisicamente e spiritualmente, assicurarci che la nostra cultura non svanisca definitivamente! In questo modo possiamo riportare l’Europa ad essere così com’era nella sua età dell’oro!

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Si Salpa!

Un episodio interessante e spesso ignorato della mitologia Greca è quello dove la nave Argo, costruita per condurre gli Argonauti alla conquista del Vello d’Oro, passa attraverso le Simplegadi, le rocce cozzanti. La caratteristica di queste rocce era di scontrarsi tra loro quando qualcuno o qualcosa cercava di passarci attraverso, uccidendo o distruggendo qualsiasi cosa nella loro presa.

Gli Argonauti liberarono una colomba per farla passare attraverso le rocce e, mentre queste si ritiravano dopo essersi scontrate per uccidere l’uccello, fecero prontamente e velocemente passare la loro nave nello spazio che per breve tempo le avrebbe separate. Ne uscirono illesi, eccetto per l’aplustre – un accessorio ornamentale fatto di legno, posto a poppa di una nave Greca o Romana, dove si credeva risiedesse il suo spirito/essenza vitale – distrutto dal seguente scontro delle Simplegadi.

Un aplustre:
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Per lo più nelle fiabe, ma anche nei miti, la difficoltà nel passare attraverso una porta o altri tipi di passaggi (così come essere inghiottiti da un mostro) sono immagini che rappresentano l’entrata nel regno dei morti (la tomba/tumulo mortuario). Lo stesso è il caso con le Simplegadi, le quali simboleggiano il confine con l’Ade (ovvero il tumulo mortuario). Sono semplicemente un’altra versione delle varie fauci animali che ostacolano il passaggio, delle porte con denti affilati, delle porte che sbattono o mordono e delle montagne semoventi che minacciano e impediscono l’entrata in un certo luogo: sono tutti motivi tipici che si trovano nelle fiabe tradizionale in tutto il mondo. L’apertura e la chiusura, la frantumazione e il morso rientrano tutti nella stessa funzione di custodia.

In ogni caso, ricordate che solo i morti potevano avere libero accesso al regno della morte: dovevi essere uno di loro per ottenere l’accesso a quel luogo. Questa è la ragione per cui la nave Argo perde l’aplustre, la parte corrispondente allo spirito/essenza vitale: in questo modo la nave “morì” e ottenne il diritto ad entrare nella tomba/regno della morte.

Il regno dei morti:
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Infine gli Argonauti arrivarono in Colchide (la tomba/tumulo mortuario), dove Giasone deve compiere il rituale d’iniziazione: ci sono le prove da superare, la maga/sacerdotessa che lo aiuta (Medea), il serpente/drago e il Vello d’Oro appeso a una quercia.

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L’oro è spesso presente nelle fiabe e nei miti, sempre connesso con eventi che hanno luogo nel regno dei morti/tumulo mortuario. Alcuni esempi sono il Ramo d’Oro di Enea, i Pomi d’Oro delle Esperidi e le Corna Dorate della Cerva (nelle mitologie e nel folklore d’Europa il cervo [i palchi dei cervi venivano usati nell’Età della Pietra per scavare l’entrata delle tombe/tumuli mortuari], la renna [come le renne che tirano la slitta di Babbo Natale], il cavallo, il cigno e l’oca [entrambi sono uccelli migratori associati con le acque, ovvero il liquido amniotico: la migrazione è uno spostamento periodico e regolare collegato all’alternanza delle stagioni e associato con i cicli di morte e rinascita] sono animali psicopompi nel contesto di rituali iniziatici: rivelano il percorso che conduce al regno della morte) durante le fatiche di Eracle, e ovviamente il Vello d’Oro.

In tutti questi casi non è l’oggetto stesso ad avere importanza, ma l’oro in sé, connesso al defunto e alla tomba in quanto elemento che non si ossida mai col passare del tempo, perciò essendo un simbolo di immortalità/vita eterna, un simbolo solare e regale, nel contesto di rinascita della memoria e della conoscenza dell’antenato nella tomba, reincarnato in uno dei suoi discendenti. L’eroe deve ottenere l’oggetto dorato in modo da concludere il suo compito e tornare dal luogo in cui lo ha trovato, proprio come il fanciullo che doveva affrontare l’iniziazione veniva incaricato di ottenere (in tempi più recenti, rispetto alla struttura primordiale di questo rituale) i tesori dorati all’interno della tomba dell’antenato, per realizzare la rinascita e tornare con successo dal tumulo mortuario!

Rimpianto Eterno (Parte 1 di 2)

“Vive eterno colui che vive nel presente”.

-Ludwig Wittgenstein

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L’eternità (il termine deriva dalla locuzione latina “ex” (fuori) e da “ternum” (triplice/triade), ovvero “fuori dalla triade [del tempo]”: passato, presente e futuro) consiste da un lato in un perpetuo scorrere del tempo, senza inizio e senza fine, dall’altro nel punto atemporale che chiamiamo istante (l’essere Parmenideo non è altro che l’istante), che è fuori dal tempo e coincide con il vero presente, di cui non possiamo avere esperienza; un istante procede senza interruzione ad un altro istante, si sommano nel tempo ma per noi rimangono elusivi; siamo noi ad essere in movimento mentre l’istante è immutabile, anche se sembra spostarsi, come il moto apparente del Sole; lo scorrere elusivo e ininterrotto di istanti costituisce il corso del tempo, che è un’illusione, dato che non c’è nient’altro che l’eternità senza fine, per cui:

“Il tempo è l’immagine mobile dell’eternità”.

-Platone

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***

Una volta, scandagliavamo l’eternità: sia come infinita durata temporale che come atemporalità. Troppo tempo è passato da quando siamo stati solamente in grado di speculare su di essa, solamente in grado di vedere la porta dell’eternità da una posizione più o meno favorevole, con la sciocca illusione di essere in grado di raggiungerne la maniglia. Lo stesso si applica al concetto di infinito, non siamo più in grado di comprendere e scandagliare profondamente l’infinità dell’Universo. Solo uno spazio finito è alla portata delle nostre menti.

E’ esattamente qui che sta il significato di ciò che Mircea Eliade chiamava “nostalgia del paradiso”, altro non essendo che la nostalgia per l’Età dell’Oro (ovvero lo stato primordiale in cui scandagliavamo l’eternità, in quanto l’oro è un simbolo del concetto metafisico dell’“essere”, che non è soggetto alle leggi del divenire temporale), l’aspirazione a riottenere un’esistenza al di fuori del tempo, come quando gli uomini erano di esso inconsapevoli e, conseguentemente, liberi dal terrore e dall’angoscia della storia. Qui sta uno dei significati più profondi di tutte le religioni, essendo una delle loro funzioni più importanti (raggiunta attraverso iniziazioni, rituali, cerimonie e festività) quella di creare l’illusione momentanea che stiamo vivendo ancora una volta quella perduta condizione primordiale alla quale non possiamo fare a meno di aspirare, come una straziante necessità che, se non soddisfatta, ci porta a disperare.

***

Se ogni tanto vi ritrovate immersi in pensieri simili, allora forse soffrirete, conseguentemente, una sorta di vertigine/disperazione metafisica: è l’unico modo che avete per trovare le risposte di cui necessitate, l’unico modo per risvegliare voi stessi!

Eterno e Infinito, questo è l’Universo!

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Parte 2: Rimpianto Eterno (Parte 2 di 2)

La Sillaba “Delph”

La sillaba “delph” significa “utero”. Questo è il motivo per cui il delfino (in Greco “delphi”), creatura marina (le acque venivano associate al liquido amniotico) provvista di utero, veniva visto dai Greci come un simbolo del principio femminile e dell’utero da cui viene generata la vita. Poseidone, se visto come il dio dell’“abisso acquoso del cielo” (l’Universo), ha il delfino come uno dei suoi simboli, perchè l’Universo è l’eterno e infinito utero che contiene tutte le forme di vita che sono state, che sono e che saranno, l’utero da cui nuova vita viene incessantemente ed eternamente generata.

Arte della civiltà Minoica:
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Piastrella dell’Antica Grecia:
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***

Delfi/Delphi (originariamente “Delphoi”), la città Greca conosciuta nell’antichità come “ombelico del mondo”, era famosa soprattutto per la presenza dell’oracolo del dio Apollo (che, tra l’altro, aveva tra i suoi epiteti quello di “Delfinio”, in quanto in certe occasioni assumeva la forma di un delfino, animale a lui sacro), l’Oracolo di Delfi (il più importante della religione Greca arcaica).

Rovine dell’Oracolo di Delfi:
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Sotto il pavimento del tempio oracolare si trovava l’Omphalos (“ombelico”), la pietra sacra che indicava il centro del mondo.

L’Omphalos assomiglia ad un alveare con una rete di simboli a forma di ape (il fanciullo che si recava all’interno del tumulo mortuario/alveare – portando con sé del miele per affrontare l’iniziazione – e la maga/sacerdotessa che si trovava già al suo interno venivano considerati delle api):

Troviamo qui lo stesso simbolismo: delfi, il nome della città, significa “utero”, e la città veniva definita ombelico del mondo perchè l’ombelico era arcaicamente un simbolo del labirinto, ovvero il tumulo mortuario che rappresentava anche “l’utero della terra”. C’è dunque una connessione simbolica tra il nome della città e il suo epiteto.

Rappresentazione di un labirinto arcaico:
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L’Oracolo di Delfi era originariamente una grotta (la grotta dell’orsa, successivamente sostituita dal tumulo mortuario), uno stomios (termine che indica sia la bocca che l’organo sessuale femminile, ovvero un’apertura [nel terreno]), protetta dal serpente/drago Pitone, o dalla dragonessa Delfine (nuovamente un nome connesso con l’antica sillaba che significa “utero”), come appare dalla più arcaica versione del mito. Il serpente/drago simboleggia il cordone ombelicale, per cui, nel caso di Delfine, avremmo un simbolismo che include sia l’utero che il cordone ombelicale. Pitone/Delfine viene ucciso da Apollo (il fanciullo divino che compie il rituale di rinascita: nelle mitologie l’uccisione del serpente/drago simboleggia la risoluta e violenta conclusione della fase materna dell’esistenza, per mezzo dell'”uccisione” [ovvero recisione] del cordone ombelicale che unisce la madre al figlio), che in seguito crea al posto della grotta l’Oracolo di Delfi, presieduto dalla Pizia (la Sacerdotessa chiamata “Ape Delfica”).

***

Il serpente/drago è l’ostacolo che gli eroi delle mitologie incontrano durante la loro ricerca della fonte di immortalità (ovvero rinascita/reincarnazione), ed è spesso il guardiano dell’Albero della Vita (ovvero la placenta).

La Coppa di Igea e il Caduceo di Ermes/Mercurio: entrambi rappresentano l’Albero della Vita, intrecciato con uno o più serpenti (cioè, una placenta con il cordone ombelicale):
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L’immortalità (ovvero la rinascita/reincarnazione) è difficile da ottenere, e una condizione necessaria è sempre il raggiungimento di un luogo quasi inaccessibile (che simboleggia sempre il regno della morte, ovvero la tomba/tumulo mortuario), dove un serpente/drago protegge un albero i cui frutti, o un oggetto ad esso appeso, concederanno l’immortalità se ottenuti. Gli eroi delle mitologie devono lottare con il serpente/drago, e prevalere, per ottenere l’accesso all’albero. Questa lotta deve essere vista come una prova, come un rituale d’iniziazione. Possiamo trovare uno schema di questo tipo in numerosi miti, come quello di Giasone e il Vello d’Oro, quello di Eracle e i Pomi D’Oro delle Esperidi, quello di Sigfrido e Fafnir (in questo caso il drago protegge un tesoro – ovvero i beni dell’antenato divino nella tomba – e l’eroe diviene invulnerabile e onnisciente [grazie al risveglio delle memorie delle sue vite precedenti] dopo averlo ucciso) e quello di Adamo ed Eva in Paradiso.

Eracle combatte contro Ladone, il serpente/drago che protegge i Pomi d’Oro delle Esperidi:
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La lotta dell’eroe con il serpente/drago non è sempre di tipo fisico, e alcune volte l’eroe viene sconfitto: il mito di Adamo ed Eva e il mito di Gilgamesh lo provano.

Gilgamesh, dopo la morte di Enkidu, decise di voler ottenere l’immortalità: si diresse verso la dimora di Utanapištim, un uomo a cui gli dèi conferirono il dono dell’immortalità. Gilgamesh supera ogni ostacolo e incontra l’anziano saggio, ma fallisce le prove che quest’ultimo gli impone. Gilgamesh in definitiva non era degno dell’immortalità degli dèi. A quel punto apparve la moglie di Utanapištim, la quale convinse suo marito a rivelare l’esistenza, nel fondo dell’oceano (il liquido amniotico, le acque della morte), di una pianta piena di spine, di difficile accesso. Quella pianta avrebbe esteso indefinitamente la giovinezza e la vita di coloro che la avrebbero mangiata. Gilgamesh riesce ad ottenerla, ma durante il ritorno al suo paese si ferma vicino ad una fonte d’acqua e nel frattempo un serpente si avvicina e afferra la pianta, rinnovando la sua pelle dopo essersene nutrito. Gilgamesh, come Adamo ed Eva, ha perduto l’immortalità a causa della sua ingenuità e dell’astuzia di un serpente.

Il serpente ruba la pianta dell’immortalità dalla mano di Gilgamesh:
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Nota: non dovremmo dimenticare l’altro simbolismo legato al serpente/drago, ovvero la figura del serpente/drago che si morde la coda, anche conosciuto come Uroboro. Questa figura esprime il concetto di eternità ciclica, tempo infinito, circolarità senza inizio o fine ed eterna rinascita.

Arte Egiziana raffigurante un uroboro, forse per simboleggiare un utero:
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L’Omphalos (“ombelico”) potrebbe dunque essere un utero durante la gravidanza: ha una apertura centrale che si allarga verso la base (vagina-utero durante la gravidanza) e una sorta di rete annodata incisa sulla superficie, la rete che “imprigiona” il bambino alla madre fino alla nascita, o meglio il cordone ombelicale che “lega” la placenta al feto, per mezzo dell’ombelico (“omphalos”).

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Simboli del Fuoco

Efesto è il dio Greco connesso al fuoco e a tutti gli usi che possiamo fare di esso, incluse le arti ed i mestieri in cui la fiamma ardente ha un ruolo essenziale. Efesto viene descritto come un’eccellente fabbro, che realizzò addirittura l’armatura, le armi e lo scudo di Achille! E’ evidente che sia connesso con il fuoco terrestre, piuttosto che con il fuoco celeste (il Sole).

L’episodio in cui Efesto viene gettato dalla cima dell’Olimpo per mano di Zeus (suo padre, in quanto è dal Cielo che il fulmine [un attributo di Zeus] giunge, causando, per mezzo del suo contatto con gli alberi, la nascita del fuoco) rappresenta il potenziale insito nel fulmine di portare in sé il fuoco.

I Greci rappresentavano Efesto con un copricapo blu per simboleggiare il Cielo, il luogo da cui giunge (per mezzo del fulmine) il dio del fuoco e in cui risiede la più pura e primordiale forma di fuoco, il Sole.

Ptah ed Efesto:
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Ad ogni modo il fuoco terrestre – giunto sulla Terra per mezzo del fulmine o acceso dall’uomo – è meno intenso di quello del Sole e necessita di essere ravvivato e sostenuto, o svanirà. Ecco perchè uno degli epiteti di Efesto è “lo zoppo” (dopo la caduta di cui parlavamo prima si ruppe una gamba), in quanto non può camminare con le sue sole forze ma necessita di un supporto in legno, proprio come il fuoco sulla Terra non può continuare a vivere senza il legno che lo nutre.

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Prometeo d’altra parte è una figura più complessa, ma comunque connessa al fuoco. Rubò del fuoco dall’Olimpo per donarlo agli uomini, affinché questi non dipendessero più da Zeus (per mezzo del fulmine) nella loro necessità di usufruire del fuoco, e potessero invece ottenerlo ogniqualvolta lo volessero.

Comunque, voglio focalizzarmi sull’incatenamento e sulla tortura di Prometeo: in questo caso egli rappresenta il Sole stesso e il mito spiega il processo di autocombustione attraverso il quale il Sole si nutre di se stesso e distruggendo se stesso rimane vivo e continua a splendere eternamente, una sorta di incessante morte e rinascita. Questo è ciò che accade e i nostri antenati forse non conoscevano questo processo di autocombustione del Sole, ma notarono che il fuoco terrestre necessitava di essere ravvivato e sostenuto mentre quello in Cielo no, era autosufficiente e perenne.

Nota: un simbolismo connesso allo stesso processo si può trovare nella figura della Fenice (conosciuta come Bennu tra gli Egiziani), l’uccello eterno capace di rinascere dalle proprie ceneri.

Prometeo viene torturato da un aquila, un simbolo celeste così come un simbolo solare, quindi abbiamo più soluzioni in base a come interpretiamo la tortura: se guardiamo l’aquila come un simbolo solare abbiamo il Sole che divora e sacrifica se stesso perennemente, tornando in vita ogni giorno e dunque continuando a splendere; se guardiamo l’aquila come un simbolo celeste allora abbiamo il Cielo nutrito dal fegato di Prometeo, perchè il Cielo per continuare a splendere deve nutrirsi del vigore (che si credeva risiedesse nel fegato – la parte del corpo divorata ogni giorno dall’aquila – , dove la vitamina D, la “vitamina del sole”, risiede e si accumula) del Sole, della forza dei suoi raggi.

La tortura di Prometeo:
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Solo di notte Prometeo è esente dalla sua punizione, come appunto il Sole dal suo eterno autosacrificio: al tramonto affonda ad ovest, nelle profondità del sottosuolo – le regioni sotterranee, il regno della morte -, per poi riapparire nuovamente a est il mattino successivo, risorto. Lo stesso viaggio veniva compiuto dagli spiriti dei morti, per poi tornare nuovamente tra i vivi…

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