Parole di Saggezza #64, #65 e #66

“Nulla vale quanto accettare il proprio fato, per duro che sia!”.

-Zhuangzi

“La tua natura e il tuo destino non sono di tua proprietà: sono il corso tracciato per te da cielo e terra”.

-Zhuangzi

“Il succedersi di vita e morte è decreto del fato, come l’avvicendarsi di notte e giorno è decreto del cielo. Ci sono cose che l’essere umano non può cambiare: tale è la condizione di tutti gli esseri”.

-Zhuangzi

“Maestro Yang rispose: <<C’è un detto degli antichi, che provo a ricordare e a ripeterti: tutto ciò che è così com’è, e non ne comprendiamo il perchè, è destino>>”.

-Liezi

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Rex Quondam Rexque Futurus

Solamente tramontando il Sole può sorgere, solamente divenendo secchi, quasi fossero morti, la maggior parte dei semi può germinare: la morte è un mulino che macina la vita; analogamente, in tempi arcaici, i fanciulli dovevano subire una temporanea morte iniziatica prima di poter rinascere a una rinnovata e più matura forma di esistenza.

***

In questo articolo mi focalizzerò su alcuni temi e simboli che si possono riscontrare all’interno del cosiddetto ciclo Arturiano.

Re Artù (dal Gallese arth, Celtico *arto-, Proto-Celtico arthos*, dalla radice PIE *rtko, sempre col significato di “orso”) è il “Re Orso” (la costellazione dell’Orsa Maggiore in Gaelico veniva chiamata Cerbyd Arthur, “Carro di Artù”), figlio di Uther Pendragon (dal Celtico -penn, “monte” [un’immagine simbolica sempre riferentesi al tumulo mortuario] e “drago”, forse nel senso di “monte del drago”): sia l’orso che il serpente (in Greco “dràkon” significa sia “drago” che “serpente”) sono simboli arcaici di iniziazione ed eterna rinascita, il primo in relazione alla sua ciclica morte apparente e rinascita durante il periodo di letargo all’interno della tana, il secondo in relazione al ciclico rinnovarsi della sua esistenza durante la muta; nei miti e nel folclore lo sguardo del drago ha il potere di impietrire, immobilizzare o paralizzare la sua vittima, caratteristica riconducibile all’etimologia stessa della parola “drago” (derivante dal Greco “dérkomai”, “guardare intensamente”) e paragonabile al potere pietrificante della testa di Medusa: si tratta del processo di calcificazione a cui possono incorrere sia la placenta che il bambino all’interno dell’utero materno.

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Artù e Uther sono dunque due iniziati che hanno conseguito in gioventù un processo rituale di reincarnazione all’interno della stirpe, ma il loro rapporto di parentela suggerisce che possano essere in realtà una stessa identica figura; le fonti medievali a nostra disposizione indicano il 26 Novembre come data della morte di Uther, quindici giorni dopo la ricorrenza di San Martino: Uther muore nel periodo dell’anno in cui l’orso inizia il suo letargo, e si reincarna simbolicamente nel figlio Artù (“orso”), il quale, come suo padre, entrerà in possesso della spada Excalibur (forgiata ad Avalon, il tumulo mortuario, e ottenuta dal discendente legittimo o estraendola da una roccia [ossia il tumulo mortuario] o prendendola dal braccio della Dama del Lago che fuoriesce dall’acqua brandendola [il simbolismo dell’acqua è sostanzialmente equivalente a quello del tumulo mortuario, adempie allo stesso tempo ad una funzione di tomba e matrice ed è, specialmente in riferimento al liquido amniotico, un elemento generatore e vivificante), l’oggetto con cui fu sepolto l’antenato divino e nel quale si riversa e materializza la sua identità, garanzia solenne di un destino regale: solo il discendente predestinato può prenderne possesso e far sì che la propria immatura e frammentata identità si reintegri con quella del defunto rinato in lui.

Per quanto concerne Merlino, maestro d’iniziazione e profeta, basti ricordare che secondo la tradizione fu concepito da un daimon e una donna mortale, il suo secondo nome era Ambrosio (“colui che possiede l’ambrosia”) ed era solito profetare stando seduto sotto un melo.

Si può dire che, per mezzo del processo iniziatico di reincarnazione, i nostri antenati si assumessero la responsabilità di alterare il regolare scorrere del tempo così come la natura intrinseca e la coscienza di sé dei fanciulli; la reincarnazione dello spirito, dell’identità, della memoria e della conoscenza di un antenato divino si compiva nel breve periodo di tempo in cui l’iniziato risiedeva nelle profondità telluriche del tumulo mortuario. L’intuizione, la realizzazione e il possesso interiore della verità metafisica che ci consente di integrare la nostra identità individuale all’interno della totalità del tempo è lo scopo ultimo del processo iniziatico: l’eterno scorrere del tempo consiste nell’eterno ripristino e reintegrazione della stessa identica materia vivente, motivo per cui siamo sempre stati e sempre saremo, siamo fatti della sostanza stessa dell’eternità e dell’immortalità, eppure aggiogati a una prospettiva temporale e mortale, non essendo più in grado di conseguire e possedere interiormente questa verità metafisica.

In relazione alla regalità sacra è rilevante il tema del “colpo doloroso”, il quale ferisce e indebolisce il Re Sacro – chiamato Re Pescatore – la cui indecifrabile infermità viene descritta nei termini di una menomazione alle gambe, più specificamente alla coscia, con conseguente zoppia e difficoltà di movimento (nel Mabinogion, analogamente, Brân il Benedetto viene ferito alla coscia da una lancia, ferita che risulta inguaribile e un ostacolo imperscrutabile all’adempimento della funzione regale; anche l’eroe Celtchar subisce un destino del tutto simile): ciò rimanda al ricorrente simbolismo del femore quale sinonimo di movimento e di vita; dunque questa enigmatica debolezza e infermità, da cui il Re Sacro attende di guarire (sul piano simbolico “guarigione” equivale sempre a “rinascita”) mentre risiede nel suo castello (ossia il tumulo mortuario, il luogo in cui il defunto regna sovrano) in uno stato di simbolico “sonno” (stato dell’essere che approfondirò più in basso), consiste precisamente in una simbolica e temporanea morte apparente, la quale ha come immediata conseguenza l’isterilimento del regno e della natura, manifestantesi nel simbolismo della “Terre Gaste” (“Terra Desolata”) e dell'”Arbre Sec” (“Albero Secco”); il Re Sacro è quindi giunto alla conclusione della sua funzione annuale, in corrispondenza della temporanea morte del Sole in inverno, ed esclusivamente il Graal potrà guarirlo, la cerca del quale, in questo contesto interpretativo, può essere intesa nei termini di una prova selettiva atta a ripristinare e trasmettere la regalità sacra.

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Nota: arcaicamente gli stati di sonno e morte venivano posti in equivalenza reciproca (Ipno [la personificazione del sonno] e Tanato [la personificazione della morte] sono fratelli gemelli nella mitologia Greca), infatti un uomo addormentato e un uomo morto sono esteriormente molto simili, e sia il letto che il sepolcro hanno sempre funto da luogo di riposo; queste associazioni condussero a ritenere che così come al sonno e alla notte seguono inevitabilmente il risveglio e il giorno, alla morte sarebbe fatalmente seguita la rinascita, per questo i nostri antenati ponevano spesso i defunti in posizione fetale (posizione che, curiosamente, tendiamo ad assumere, intenzionalmente o meno, durante il sonno) all’interno dei tumuli mortuari, affinché divenissero, simbolicamente, degli embrioni in attesa di rinascere dall’utero della terra, sorgente di vita.

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Al termine della Battaglia di Camlann (durante la quale Artù viene mortalmente ferito da Mordred) si verifica un episodio ambiguo, quando Artù abbraccia Lucano, uno dei suoi ultimi cavalieri ancora in vita, e così facendo lo soffoca provocandone la morte; è stato ipotizzato che Lucano possa essere una figura equivalente al dio Lúg, il quale fu cristianizzato dalla Chiesa nell’Evangelista Luca: i loro nomi condividerebbero lo stesso significato etimologico, “luminoso, lucente”, dalla radice PIE *leuk-, “luce, luminosità, lucentezza”, da cui provengono anche il Latino lux e il Greco leukos, entrambi con lo stesso significato; uno degli epiteti di Lúg è infatti “lámfada”, “dal lungo braccio”, in riferimento ai raggi solari, i quali giungono ovunque pur provenendo dalle incommensurabili altezze celesti. La leggendaria Battaglia di Camlann si svolse in coincidenza con la festività di Samhain – celebrata tra il 31 Ottobre e l’1 Novembre e oggi nota come Halloween – la quale dal lato iniziatico segnava l’inizio del rituale di rinascita, mentre dal lato meramente stagionale segnava l’inizio dell’inverno: pertanto Lucano, il Sole, deve necessariamente morire, e Artù, l’orso che va in letargo, rinuncia al possesso di Excalibur e si lascia condurre ad Avalon.

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Avalon (etimologicamente “isola delle mele”, dal Gallese afal [pronunciato “aval”], Bretone aval, Celtico*abal-, Proto-Celtico*aballo-, sempre col significato di “mela”; nella Vita Merlini di Goffredo di Monmouth, Artù viene condotto nell’Insula Pomorum), è un’isola leggendaria simbolicamente ubicata ad occidente, dove il Sole tramonta: si tratta della terra dei morti, ossia il tumulo mortuario.

Tra Gavrinis (una piccola isola – situata nel Golfo del Morbihan in Bretagna – in cui si trova un tumulo mortuario preistorico) e Avalon non c’è alcuna differenza:
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Avalon è dunque in relazione alle mele dell’immortalità, come nel caso della mela rossa colta da Eva dall’Albero della Vita e donata ad Adamo, promessa di futura rinascita, simbolismo che rimanda alla placenta, la quale ha l’aspetto di un albero e alimenta il feto coi nutrienti presenti nel sangue che scorre in essa. In determinate versioni della leggenda Artù si reca ad Avalon accompagnato da tre dame (manifestazione tripartita [passato, presente e futuro] di una singola figura simboleggiante la circolarità dell’esistenza), e lì nove sorelle fatate (personificazioni dei nove mesi che compongono la gravidanza simbolica) si prendono cura di lui, affinché possa “riposare” e “guarire”, in attesa del momento propizio per tornare (ossia rinascere) ed assumere la regalità.

“Alcuni dicono, in molti luoghi dell’Inghilterra, che re Artù non è morto, ma per volontà di Nostro Signore trasportato altrove. Dicono egualmente che tornerà…io non affermo ciò, ma piuttosto che in qualche luogo di questo mondo la sua vita ha subito una trasformazione. Ma molti dicono che nella sua tomba sta scritto questo verso: HIC IACET ARTHURUS, REX QUONDAM REXQUE FUTURUS”.

-Thomas Malory

Spengler: sulla Nobiltà e il Sacerdozio

“Gli uomini che a queste due caste appartengono interiormente e non solo di nome sono realmente diversi dagli altri; a differenza di quella del contadino e del borghese, la loro vita poggia interamente su di una dignità simbolica. Costoro non vivono per vivere, ma affinché la vita acquisti un significato”.

“La nobiltà vive in un mondo di fatti, il sacerdote in un mondo di verità; all’una è propria l’esperienza vissuta, all’altra il sapere; all’una corrisponde l’uomo d’azione, all’altra il pensatore”.

“La nobiltà è invero casta in senso proprio, è una sintesi di sangue e di razza, è una corrente dell’esistenza nella forma più perfetta immaginabile. Per questo la nobiltà si può concepire come un elemento contadino d’ordine superiore”.

“Invece la sacerdotalità rappresenta l’anti-casta in senso proprio, la casta di coloro che negano, la non-razza, l’indipendenza dal suolo, l’essere desto libero, atemporale, astorico”.

“La casta del puro essere desto e delle eterne verità si volge contro il tempo, contro la razza, contro il sesso in ogni senso. L’uomo come contadino o come cavaliere è attratto dalla donna, nella quale egli sente il destino; l’uomo in quanto sacerdote si distoglie da essa”.

“Per l’uomo di razza il morire senza eredi è la vera, terribile morte; chi continua a vivere nei figli e nei nipoti non muore del tutto. Ma per il vero sacerdote vale il detto: media vita in morte sumus; egli conosce solo eredi spirituali e disconosce il significato della donna”.

“Di regola, agli inizi di ogni civiltà nasce anche una nobiltà originaria, nobiltà, nelle cui mani sarà ormai il destino della civiltà. In modo silenzioso ma deciso la energia formatrice mette <<in forma>> l’essere, imprime al sangue un ritmo e ve lo fissa, per tutto l’avvenire. Infatti in ogni periodo primo questa ascesa creativa verso la forma vivente corrisponde a ciò che in ogni periodo tardo sarà la potenza della tradizione, cioè la vecchia e salda disciplina, il ritmo divenuto sicuro e talmente vigoroso che anche all’estinguersi degli antichi ceppi sa attrarre continuamente nella sua orbita, dal profondo, sempre nuovi uomini, sempre nuove correnti dell’essere. Non si può dubitare che la storia delle epoche più tarde nella sua forma e nel suo ritmo sia già compresa, potenzialmente ma irrevocabilmente, nelle prime generazioni. Le altezze che essa può raggiungere dipendono dalla potenza della tradizione esistente nel sangue”.

“Del pari, tutto ciò che avviene nella storia dello spirito, – e il fatto che una storia esiste anche in tal dominio, è dimostrato dal potere che ha il sangue sul percepire e sull’intendere – tutte le religioni, tutte le arti, tutte le idee nel loro essere desto attivo e in forma, con tutti i loro sviluppi, tutti i loro simbolismi, tutta la loro passione sono espressione del sangue che scorre attraverso tali forme nell’essere desto di intere serie di generazioni. Un eroe non ha bisogno di sapere di questo secondo mondo, egli è tutto vita, ma un santo deve piegare la vita in sé mediante la più severa ascesi per poter essere soltanto spirito, e la forza necessaria a tanto è di nuovo la vita stessa”.

“Appunto per ciò la stessa nobiltà in senso storico è infinitamente di più di quel che si pensa nei periodi tardi di una vita comoda: non è una somma di titoli, di diritti e di cerimonie, ma un possesso interno difficile a conseguire e difficile a mantenere che, una volta che lo si comprende, appare già degno del sacrificio di tutta una vita. Una stirpe antica non significa soltanto una serie di antenati, perchè tutti hanno degli antenati, bensì di progenitori che vissero all’altezza della storia durante generazioni e generazioni e che non solo ebbero un destino, ma furono anche destino”.

“Il sacerdote ha d’intorno il mondo considerato quale natura; di questo egli approfondisce l’immagine mediante la riflessione. Invece la nobiltà vive nel mondo come storia e lo approfondisce in quanto ne trasforma l’immagine. Se partendo sia dall’una che dall’altra attitudine può formarsi una grande tradizione, nel primo caso essa è il risultato di una formazione intellettuale, nell’altro di una disciplina”.

“La disciplina si estende al sangue e si continua da padre in figlio. Invece la formazione nell’altro senso presuppone un talento, sì che una organizzazione sacerdotale autentica e forte sempre si basa su di un complesso di doti spirituali, è una associazione di esseri desti non avente riguardo per origine o sentimento di razza, tanto da rappresentare anche una negazione del tempo e della storia. Affinità spirituale e affinità di sangue – si rifletta sulla differenza indicata da tali espressioni”.

“Il costume aristocratico è il risultato affatto incosciente di una lunga, continua disciplina formatrice. Lo si impara nei rapporti con gli altri e non attraverso i libri. Esso è un ritmo sentito e non un concetto. Invece l’altra morale è una precettistica basata assolutamente su princìpi e conseguenze (per cui la si può apprendere) ed è espressione di un convincimento. L’una è tutta storica e riconosce differenze di rango e privilegi come realtà di fatto. L’onore è sempre onore di casta; non esiste un onore di tutta l’umanità”.

“Il principio fondamentale di ogni costume vivo è l’onore. Tutto il resto, la fedeltà, l’umiltà, il coraggio, lo spirito cavalleresco, il dominio di sé, la decisione, è compreso in esso. E l’onore è cosa del sangue, non dell’intelletto; aver dell’onore come senso innato è sinonimo di avere razza”.

“Tollerare una offesa, dimenticare una sconfitta, piagnucolare dinanzi al nemico – tutto ciò è segno di una vita divenuta inutile e priva di valore, epperò anche cosa tutta diversa dalla morale sacerdotale, la quale non si afferra ad una vita divenuta così spregevole ma prescinde dalla vita in genere, e solo per questo anche dall’onore”.

“La nobiltà, che è tutta <<pianta>>, trae origine dalla campagna, dalla terra intesa come la proprietà alla quale essa è organicamente connessa. Essa ha dappertutto la forma fondamentale della famiglia – della casta o stirpe – forma nella quale va ad esprimersi anche l'<<altra>> storia, quella della donna, e attraverso la sua volontà di durata, attraverso il suo sentimento del sangue essa quasi ci si presenta come il grande simbolo del tempo e della storia”.

“Una indomita gioia di vivere pervade i secoli della fioritura di questa casta in senso eminente, che è tutta direzione, destino, razza. La donna, perchè è storia, e la lotta, perchè fa la storia, stanno assolutamente al centro del pensiero e dell’azione di essa”.

-Oswald Spengler

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Deambulazione Sacra

Cosa rappresentano le innumerevoli figure mitologiche contraddistinte da monosandalismo, zoppia e altri tipi di afflizioni e vulnerabilità agli arti inferiori? Diversi indizi indicano una condizione indeterminata dell’esistenza, in bilico tra la vita e la morte, nel contesto di un rituale iniziatico di rinascita.

Alcuni esempi tratti dalla mitologia greca:

Giasone (monosandalismo).
Perseo (monosandalismo, secondo una versione del mito in cui Ermes gli dona un solo sandalo).
Teseo (recupera i sandali e la spada di suo padre Egeo sollevando il macigno [ossia il tumulo mortuario] sotto cui erano stati nascosti [vale a dire sepolti]).
Efesto (zoppia: subito dopo essere nato, sua madre Era lo getta in mare dall’alto dell’Olimpo, ed egli rimane per nove anni [arco temporale che indica la gestazione simbolica a cui seguirà la rinascita iniziatica] all’interno di una grotta [ossia il tumulo mortuario] circondata d’acqua [ossia il liquido amniotico]).
Zeus (in un mito i suoi tendini dei piedi vengono recisi da Tifone).
Achille (vulnerabile unicamente al tallone).

Teseo solleva il macigno:
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Achille colpito al tallone dalla freccia mortale:
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Sono tutte figure simbolicamente prive del femore (strettamente associato al movimento e quindi alla vita) dell’antenato divino che si reincarnerà in loro, l’osso che ogni fanciullo, durante un ancestrale rituale iniziatico, doveva recuperare dalla sala più in profondità nel tumulo mortuario, la sala del trono in cui si trovava lo scheletro del predecessore.

La Trinacria – simbolo equivalente allo svastica – comprende la testa di Medusa e tre gambe piegate a indicare il concetto del movimento, sinonimo di vita:
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Da notare il fatto che a Creta e Delo si teneva, di notte in tempi arcaici, una “danza delle gru” a cui partecipavano fanciulli e fanciulle (il nome dato alla danza faceva riferimento all’abitudine delle gru di stare su una zampa sola): la danza doveva imitare il percorso del labirinto da cui Teseo era uscito dopo aver ucciso il Minotauro.

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Infine, perchè non ricordare la famosa zoppia del Diavolo, il risultato dell’intenzionale distorsione applicata dai Cristiani alle figure divine del fanciullo e dell’antenato rinato…

Spengler: sulla Scienza, l’Evoluzione, le Religioni Moderne, la Verità e la Stampa

“L’inconscia nostalgia di ogni vera scienza, la quale, ripetiamolo, esiste solo nello spirito degli uomini di una civiltà, è di comprendere, penetrare e abbracciare l’imagine cosmica della natura, non è il misurare per sé stesso. I numeri dovrebbero essere sempre e soltanto le chiavi del mistero”.

“Nulla, meglio dei risultati della paleontologia, serve a confutare Darwin. In base ad un semplice calcolo delle probabilità i fossili trovati dovrebbero valerci come delle prove d’assaggio. Ognuno di essi dovrebbe attestarci uno stadio evolutivo distinto. Vi sarebbero solo <<forme di transizione>>, non vi sarebbero dei limiti e quindi nemmeno delle vere specie. Ebbene, noi invece troviamo delle forme del tutto fisse e invariate in lunghissimi periodi, forme che non si sono sviluppate per adattamento ma che sono apparse d’un tratto nella loro struttura definitiva, che non si trasformano in altre più adatte all’ambiente ma si fanno invece sempre più rare e infine scompaiono, mentre altre specie, del tutto diverse, si manifestano”.

“In tutte le scienze speciali, medicina e filosofia accademica comprese, è esistita una gerarchia completa coi suoi papi, i suoi gradi e le sue dignità, col dottorato come equivalente dell’ordinazione sacerdotale, coi suoi sacramenti e i suoi concilii. Il concetto di <<laico>> viene rigidamente mantenuto e il sacerdozio esteso a tutti i credenti viene affermato con zelo sotto forma di scienza popolare, come nel darwinismo. La lingua dei dotti era stata in origine il latino; negli ultimi tempi si sono dappertutto formate lingue speciali, le quali in alcuni casi – ad esempio nel dominio della radioattività o del diritto delle obbligazioni – sono intelligibili soltanto per quelli che han ricevuto gli ordini superiori di tali nuove religioni. Vi sono creatori di sètte, come certi discepoli di Kant e di Hegel, vi è un apostolato fra gli infedeli come quello dei monisti, vi sono eretici come Schopenhauer e Nietzsche, vi è la scomunica solenne e l’Index librorum prohibitorum sotto specie di congiura del silenzio. Vi sono delle verità eterne, come il dividersi della materia del diritto in diritto delle persone e diritto delle cose; vi sono dogmi, come quello dell’energia, della ereditarietà; vi è un rito della citazione dei testi ortodossi e vi è una specie di beatificazione scientifica”.

“Noi viviamo in un’epoca di fiducia illimitata nell’onnipotenza della ragione. Le grandi idee universali di libertà, di diritto, di umanità, di progresso sono sacre. Le grandi teorie sono dei Vangeli. La loro forza di convinzione non si basa su dei principi, ma sul crisma sacramentale delle corrispondenti parole d’ordine. Tuttavia questo loro fascino si esercita fra la popolazione delle grandi città e nell’èra del razionalismo, di questa <<religione delle persone istruite>>. Sull’elemento contadino quelle idee non esercitano la menoma influenza. Sulle masse cittadine esse ne esercitano solo per un certo tempo, ma in questo tempo quasi nei termini di una nuova rivelazione”.

“Che cosa è la verità? Per le masse è ciò che si legge e si sente dire continuamente. Qualche povero ingenuo può anche mettersi al tavolino e raccogliere princìpi onde definire <<la verità>> – ma questa resterà la sua verità. L’altra verità, quella pubblica del momento, quella che soltanto importa nel mondo reale dell’azione e del successo, oggi è un prodotto della stampa. Ciò che la stampa vuole è vero, chi controlla la stampa crea, trasforma, cambia la verità”.

“Alla stampa politica si collega anche la diffusione dell’istruzione scolastica generale, che, del tutto assente nell’antichità, nasconde il fine di trasformare le masse in oggetti della politica di partito succubi della potenza della stampa”.

“Una volta non si aveva il diritto di pensare liberamente; adesso lo si ha, ma non se ne può fare più uso. Si pensa soltanto ciò che altri vuole che si pensi e proprio questo vien sentito come libertà”.

-Oswald Spengler

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“Invece di un mondo una città, un unico punto, in cui si raccoglie l’intera vita di vaste regioni, mentre il resto isterilisce; invece di un popolo formato, legato alla sua terra, un nuovo nomade, un parassita, l’abitante delle grandi città, il puro uomo pratico senza tradizione, ripreso in una massa informe e fluttuante, l’uomo irreligioso, intelligente, infecondo, profondamente avverso al contadinato e alla nobiltà terriera, che del contadino è la forma più alta – ciò rappresenta un passo gigantesco verso l’anorganico, verso la fine”.

“La metropoli significa il cosmopolitismo in luogo della <<patria>>, il freddo senso pratico in luogo del rispetto per quanto è stato tramandato ed è maturato, l’irreligiosità scientista come dissoluzione del precedente fervore religioso, la <<società>> in luogo dello Stato, i diritti naturali in luogo di quelli acquisiti”.

“L’uomo ultimo delle metropoli non vuol più vivere: come tipo, come massa, non come singolo; in questo essere collettivo la paura per la morte si spegne. Quel che riempie di un’angoscia profonda e inesplicabile il vero contadino, cioè l’idea dell’estinguersi della famiglia e del perdersi del nome, cessa ora di avere un significato. Il continuarsi del proprio sangue nel mondo visibile non viene più sentito come un dovere per questo sangue, il destino di essere l’ultimo di un ceppo non viene più sentito come una tragedia. Non che oggi sia venuta meno la possibilità di generare figli; se la prole manca è soprattutto perchè l’intelligenza, giunta ad un estremo potenziamento, non trova più una ragione per essa. Ci si trasponga nell’animo del contadino che da tempi primordiali vive sullo stesso pezzo di terra, ovvero che lo ha acquistato per legarvisi col suo sangue. In una tale terra, egli ha radici come il nipote dei suoi avi, e come l’avo dei futuri nipoti. La sua casa, la sua proprietà: ciò qui non significa una relazione fuggevole fra il corpo e i beni per un breve tratto di tempo, bensì un nesso durevole e interiore fra la terra eterna e il sangue eterno: solo con ciò, solo con la sedentarietà in un senso mistico le grandi epoche del ciclo dell’esistenza, la generazione, la nascita e la morte, acquistano quell’aura metafisica che si fissa simbolicamente nei costumi e nella religione di tutte le popolazioni non nomadi delle campagne”.

“L’eterna politica della donna è la conquista dell’uomo, grazie al quale essa può diventare la madre dei suoi figli ed essere quindi storia, destino e futuro. Invece l’uomo, per appartenere essenzialmente all’altra storia, vuole avere un suo figlio come erede, come portatore del suo sangue e della sua tradizione storica”.

“Tuttavia la politica eterna e segreta della donna, che ci riconduce agli inizi del regno animale, mira a distogliere l’uomo dalla sua missione per vincolarlo completamente alla catena delle generazioni, il che vale quanto a dire a lei stessa. Eppure tutto quanto avviene nell’altra storia, nella storia maschile, ha per scopo il proteggere e il conservare questa storia eterna del generare e del morire, si chiami ciò come si vuole: combattere per la casa e il focolare, per la donna e il figlio, per la stirpe, per la nazione, per il futuro”.

-Oswald Spengler

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“Di ogni organismo noi sappiamo che il suo ritmo, la sua figura e durata e ogni espressione della sua vita sono determinate dalle qualità della specie alla quale appartiene. Di una quercia millenaria nessuno penserà che essa stia cominciando proprio ora il suo sviluppo. Da un bruco, che si vede crescere a vista d’occhio, nessuno si aspetterà che così continuerà a crescere per anni. A tale riguardo ognuno ha il senso certo di un limite, identico al senso della forma interiore. Ma nei confronti della storia dell’umanità superiore, per quel che concerne il corso del futuro domina un ottimismo sfrenato, incurante di ogni dato dell’esperienza sia storica che organica, per cui ognuno ritiene di poter individuare nella contingenza dell’oggi gli <<inizi>> di una qualche <<ulteriore evoluzione>> lineare e meravigliosa, non perchè essa sia provata scientificamente, ma solo perchè corrisponde a quel che si desidera”.

“Vi è una giovinezza e una senilità nelle civiltà, nei popoli, nelle lingue, nelle verità, negli dèi, nei paesaggi – come vi sono querce e pini, fiori, rami e foglie giovani e vecchi”.

“Chi non comprende che questa fine è inevitabile, chi non comprende che si deve volere o questo o nulla, che si deve amare questo destino o disperare dell’avvenire, della vita, chi non sente la grandezza che sta anche in questa attività di possenti menti, in questa energia e disciplina di nature metalliche, in questa lotta condotta coi mezzi più freddi e astratti, chi indulge nell’idealismo da provinciale, in nostalgie per lo stile della vita di tempi passati – costui deve rinunciare a capire la storia, a vivere la storia, a creare la storia”.

“Tutto sta nel rendersi conto di questa situazione, di questo destino, di comprenderlo, perchè malgrado le illusioni che ci possiamo creare non si può evitarlo. Chi non sa riconoscere questo, non può essere contato fra gli uomini della sua generazione”.

-Oswald Spengler

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“Fra i sentimenti primordiali, l’angoscia cosmica è certo il più creativo. A essa l’uomo deve le forme e le figure più profonde e maturate non solo dalla sua vita interiore cosciente, ma anche dai riflessi di essa nelle innumerevoli opere della civiltà esterna. Come una segreta melodia non a tutti percepibile, l’angoscia trapela attraverso il linguaggio delle forme di ogni vera opera d’arte, di ogni filosofia intima, di ogni azione significativa”.

“In ogni opera che esprima l’uomo intero, l’intero senso dell’esistenza, angoscia e desiderio, pur essendo contessuti, restano distinti”.

“Tutte le forme viventi nelle quali l’anima si esprime, tutte le arti, le teorie, le usanze, tutti i mondi metafisici e matematici delle forme, ogni ornamentistica, ogni colonna, ogni verso, ogni idea è, nel profondo, religiosa e non può che essere religiosa. Ma ora non può più esserlo. L’essenza di ogni civiltà è religione, quindi l’essenza di ogni civilizzazione è l’irreligione”.

“Al principio della storia sta un profondo senso religioso del mondo, stanno improvvise illuminazioni, brividi d’angoscia dinanzi all’essere desto verso cui ci si avvia, stanno sogni e desideri metafisici; alla fine di essa sta una chiarezza intellettuale esasperatasi tanto da riuscire dolorosa”.

“Che la nascita dell’Io e quella dell’angoscia cosmica facciano tutt’uno, è uno dei misteri ultimi dell’umanità e, in genere, della vita capace di libero movimento”.

-Oswald Spengler

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Regalità Sacra

“Nella mia stirpe vi è la maestà dei re, che eccellono per potenza fra gli uomini, e la sacrità degli dèi, che hanno la potenza dei re nelle loro mani”.

-Giulio Cesare

Dopo la conclusione dell’ultima glaciazione (circa 12.000 anni fa) i nostri antenati divennero gradualmente sedentari e formarono in ogni parte d’Europa società tribali basate sul concetto di sangue e suolo.

“Fu consuetudine dei nostri antenati che il re sia altresì pontefice e sacerdote”.

-Servio

Tutte queste società arcaiche erano governate da un Re Sacro – un simbolo vivente del Cielo, del Sole e del principio metafisico definito con il termine Essere – e una Regina Sacra – un simbolo vivente della Terra, della Luna e del principio metafisico definito con il termine Divenire.

“Io son quello, tu sei questo, questo sei tu, quello son io – io sono il cielo, tu la terra”.

-Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad

Esempi correlati si possono trovare, a livello di folclore, nelle fiabe e celebrazioni Europee tradizionali in cui una vergine dormiente viene risvegliata dal bacio di un principe, un atto che simboleggia il risveglio della Natura in Primavera, quando i raggi del Sole baciano e fecondano la Terra.

La bella addormentata:
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Re Sacro e Regina Sacra, insieme, rappresentavano una dualità complementare, e durante la loro ierogamia (“matrimonio sacro”) si verificava la simbolica congiunzione tra il Dio Cielo/Dio Sole e la Dea Terra/Dea Luna, cioè la coincidenza metafisica degli opposti.

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Il Re Sacro (in relazione alla sacralità possiamo ricordare che nella Roma arcaica la funzione di pontifex maximus era prerogativa dei re) veniva specialmente associato al Sole (il titolo monarchico “Altezza”, riferito al sovrano fino a tempi recenti, era un preciso riferimento all’altezza del Sole nella volta celeste) e conseguentemente incarnava la potenza del corpo celeste che illumina il mondo e dà la vita: un esempio di tale figura archetipica si può trovare nel ciclo Arturiano, in cui la forza del cavaliere Gawain continua ad aumentare dall’alba a mezzogiorno, per poi gradualmente diminuire fino al tramonto: proprio come la forza del Sole durante le sue varie fasi.

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Questo è il motivo per cui nelle società arcaiche era consuetudine la proibizione di guardare in volto il Re Sacro – allo stesso modo in cui non è possibile fissare il Sole senza rischiare di accecarsi – e in sua presenza tutti dovevano inginocchiarsi e fissare il terreno.

“Come il sole, (il re) brucia gli occhi e i cuori e nessuno sulla terra può fissarne il viso”.

-Mānavadharmaśāstra

Il fatto che l’esistenza stessa del Re Sacro venisse identificata con il percorso annuale del Sole nel Cielo spiega il motivo per cui veniva sottoposto a un’uccisione rituale al termine della sua funzione annuale, nel giorno del Solstizio d’Inverno, quando il Sole muore e rinasce allo stesso tempo: solo allora il suo successore, precedentemente selezionato, veniva incoronato, innalzato alla dignità regale e celebrato.

La corona dorata simboleggiava la potenza dei raggi solari:
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Esempi di morte rituale del Re Sacro si possono trovare nei miti che riguardano Achille e Krishna: entrambi muoiono dopo essere stati colpiti al tallone da una freccia, nel loro unico punto vulnerabile, il tendine del piede, parte del corpo che aveva la stessa funzione simbolica del femore, perchè i tendini permettono il movimento muscolare del corpo, ovvero permettono la vita; la morte di Achille e Krishna è concretamente e simbolicamente associata con una parte del corpo umano che era sinonimo di vita.

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Nel corso del tempo ogni società arcaica alterò, per vari motivi, la conclusione della funzione annuale del Re Sacro, e la tradizione ancestrale si manifestò in nuove forme. In alcuni casi il Re Sacro inscenava una morte apparente, isolandosi in una tomba simbolica, mentre un sostituto otteneva il suo ruolo divino durante quell’ultimo giorno di regno, per poi essere ucciso ritualmente: a quel punto il vero Re Sacro tornava in vita dalla sua tomba simbolica; in altri casi un animale totemico prendeva il posto del Re Sacro nell’altare sacrificale; in altri casi veniva abbattuta un’effigie di legno che rappresentava il Re Sacro; in questi tre scenari il Re Sacro in carica poteva confermare il suo ruolo o tramandarlo al termine di una competizione selettiva. Alla lunga il Re Sacro si rifiutò di essere ucciso o rimpiazzato, e grazie alla sua autorità, al suo potere e al supporto dei suoi fedeli, riuscì a estendere il suo mandato divino indefinitamente, fino alla sua morte, naturale o meno, e questa particolare deviazione dalla procedura originale influenzò e foggiò considerevolmente l’istituzione della regalità durante l’Antichità e il Medioevo.

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Nelle società più arcaiche sia il Re Sacro che la Regina Sacra venivano selezionati annualmente (una tradizione le cui vestigia si potevano ancora trovare ai tempi della Repubblica Romana, quando due Consoli venivano eletti insieme ogni anno): questi ruoli divini venivano assegnati a coloro che dimostravano la loro superiorità in varie competizioni annuali tenute per determinare la forza, la bellezza, la salute, la saggezza, le abilità e, generalmente parlando, le qualità e peculiarità maschili e femminili dei candidati. In questo contesto possiamo ricordare gli antichi Giochi Olimpici, che consistettero originariamente in cerimonie religiose (nel tempo degenerate in semplici eventi sportivi senza alcun significato e scopo superiore) aventi lo scopo di selezionare annualmente – attraverso una gara di corsa tra giovani donne – colei che avrebbe simbolicamente incarnato Era (la Dea Terra, ossia la Regina Sacra) e – attraverso una gara di corsa tra giovani uomini – colui che avrebbe simbolicamente incarnato Zeus (il Dio Cielo, ossia il Re Sacro, il cui nome conserva la radice Sanscrita div- [“giorno, splendore”]): ogni anno la Regina Sacra e il Re Sacro dovevano confermare il loro ruolo o conferire la regalità a coloro che dimostravano di esserne più degni.

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In tempi storici, la discendenza matrilineare faceva sì che la prima figlia della regina fosse una principessa che ereditava il titolo alla nascita, mentre il suo futuro sposo (e futuro re, dopo aver trascorso qualche tempo come principe) veniva scelto/selezionato tra uomini provenienti da altre tribù o terre; in queste società i più ambiziosi figli del re e della regina si recheranno in altre terre al fine di sposare una principessa o una regina e così divenire loro stessi dei re; la discendenza patrilineare faceva sì che il primo figlio del re fosse un principe che ereditava il titolo alla nascita, mentre la sua futura moglie (e futura regina, dopo aver trascorso qualche tempo come principessa) veniva scelta/selezionata tra giovani donne provenienti da altre tribù o terre.

In entrambi i tipi di società il re e la regina cercheranno di sposare le loro figlie e i loro figli con principi e principesse o re e regine di altre tribù o terre, al fine di unificare due linee di sangue regale ma spesso anche per stipulare alleanze e ottenere vantaggi di altro genere.

“Il Re è morto, lunga vita al Re!”